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1° Maggio a Cadorago, in ricordo di Luigi Clerici

Maggio 2022

Non posso parlare di Luigi Clerici perché appartiene a due generazioni prima della mia. Gli interventi che mi hanno preceduto ne hanno già descritto efficacemente la figura ed il ruolo che ha avuto a Milano nel decennio 1953-1963. Posso parlare delle Acli di Como.

 

Sono entrato nelle Acli di Como nel 1970, dopo due anni di università a Trento. Anche nelle Acli di Como di allora erano presenti grande persone, dei veri maestri di vita. Penso ad Angelo Leoni, lavoratore frontaliero e Presidente delle Acli, ad Antonio Ballabio, operaio di Arosio, a Camillo Monti, allora segretario provinciale e a Giancarlo Pedroncelli, operatore del Patronato e primo organizzatore dei lavoratori frontalieri.

 

Como ha una storia aclista. Era comasco Achille Grandi, fondatore delle Acli e, negli anni ’20, del sindacalismo bianco. Uomini di frontiera e organizzatori dei più deboli e dei meno tutelati. Achille Grandi organizzò i lavoratori tessili, che erano in gran parte donne, Giancarlo Pedroncelli i frontalieri, che, negli anni ’60-’70 non avevano alcuna tutela sindacale. Le Acli degli anni ’70 erano diverse dalle Acli di Luigi Clerici. Allora, negli anni ’50, operavano all’interno di un confine ben definito, che era quello dell’unità politica dei cattolici. Era una linea invalicabile, che si opponeva alle culture prevalenti del movimento operaio: quella socialista e quella comunista.

 

Ma gli anni ’70, quelli dell’autonomia delle Acli, della scelta di uscire dal collateralismo con la Democrazia Cristiana per entrare in un “campo libero”, non un “confine” ma una nuova “frontiera”, di confronto con tutto il movimento operaio e con il mondo, non si comprende se si ritorna a quello che avvenne nei primi anni ’60. Gli anni di Kennedy e della sua “nuova frontiera”, gli anni di Papa Giovanni, della Mater et Magister e del Concilio Vaticano II°, gli anni del primo Centro-sinistra. Furono anni di grandi e nuove speranze, che si trasformarono però in disillusione. Nel 1965 le aspettative di riforme, nel Centro-sinistra e nel mondo si erano già bloccate. Dopo la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la riforma della Scuola Media Unica, il Centro-sinistra si bloccò sulla riforma urbanistica, bocciata dalla destra democristiana. Alla svolta contribuì anche il rinnovo dei contratti di lavoro delle principali categorie, nel biennio 1962-1963. Per la prima volta, dopo la strepitosa crescita economica seguita alla ricostruzione, i sindacati ottennero un aumento dei salari che superava quello della produttività. Fino allora avevano guadagnato le grandi imprese e la rendita edilizia, con l’uso dei milioni di lavoratori che si erano trasferiti dalle campagne del nord-est e del sud Italia alle fabbriche lombarde e piemontesi.

 

Fu l’insufficienza dell’offerta politica democristiana a portare le Acli all’autonomia e, nel Convegno di Vallombrosa, alla “ipotesi socialista”. Ed è curioso che, in questa tornata critica e complessa delle Acli, Presidente e Vice-Presidente nazionali fossero due comaschi: Emilio Gabaglio e Geo Brenna. Quasi a conferma del fatto che organizzazioni di “frontiera” (nella Chiesa e nel Movimento Operaio) sono state gestite da comaschi, uomini delle tre frontiere: quelle di una provincia divisa tra due Diocesi (Como e Milano), da una frontiera statuale, quella con la Svizzera, e da una frontiera culturale, quella con le altre culture politiche e sociali del Movimento Operaio e delle istituzioni.

 

C’è una distinzione fondamentale tra “confine”, che è una linea, un muro a volte invalicabile, e “frontiera” che è un territorio più profondo, aperto, incerto, variabile nel tempo e nello spazio ma che comporta, sempre, “prossimità” ed “incontro”. La frontiera è anche un “limen”, una soglia, che si può oltrepassare; una porta che si può aprire ed accogliere. Le Acli a Como negli anni ’70 sono state questo. Perché hanno organizzato i frontalieri. Perché hanno coltivato il Concilio portando a Como voci profetiche della Chiesa: da Padre Turoldo, al Cardinal Pellegrino, ad Ernesto Balducci, a Mons. Bettazzi e teologi come Giannino Piana e Adriana Zarri, Enrico Chiavacci. Perché si sono impegnate, perdendo, per l’unità sindacale dei lavoratori. Una organizzazione di frontiera in una terra di frontiera.

 

L’essere terra di frontiera vale ancora oggi. I dati sull’occupazione a Como sono chiari: oggi i frontalieri comaschi sono poco meno di 30.000. Se prendiamo solo in considerazione tre cittadine svizzere, Chiasso, Balerna e Mendrisio, che complessivamente hanno 26.000 abitanti, vi lavorano 17.000 frontalieri. Per fare un confronto: i principali settori di occupazione dei lavoratori comaschi nel 2019 erano il metalmeccanico (17.400), il sistema moda (12.000), il legno (6.500). Oggi Como soffre la concorrenza, duplice, del Canton Ticino e di Milano: il primo perché offre salari che sono almeno il doppio di quelli italiani, Milano perché accoglie gran parte dei laureati comaschi. Il 32% dei comaschi, non frontalieri, lavora nelle altre province; il 12% a Milano.

 

I dati più recenti dell’indagine Excelsior sulle assunzioni programmate dalle imprese comasche (sono escluse agricoltura e pubblica amministrazione), per il periodo marzo-maggio 2022, presentano una fotografia allarmante del mercato del lavoro comasco. Como è la penultima provincia lombarda come percentuale di laureati: sono solo il 10% degli assunti previsti. A Milano i laureati sono il 28% (ed è chiaro il richiamo della metropoli), ma sono il 20% in Monza-Brianza, il 17% a Varese ed il 14% a Lodi. Ed a Como ben il 37% delle assunzioni riguardano persone senza nessun titolo di studio.

 

È un segno della crisi del manifatturiero comasco, soprattutto del settore tessile. Una economia che non attira competenze elevate è una economia a rischio. Se ne sono accorti anche i ticinesi, che hanno un manifatturiero ad alta intensità di lavoro (e con capitali italiani o della svizzera interna): i giovani laureati ticinesi vanno a lavorare oltre Gottardo; non ci sono posti per loro nel Cantone. In realtà noi, a Cadorago ed a Lomazzo, abbiamo esperienze diverse, con la presenza di imprese che fanno un forte uso dei giovani laureati: a Cadorago sono il Caglificio e la Sacco, a Lomazzo ComoNext.

 

Tornando ad Excelsior, se andiamo a vedere le qualifiche professionali più richieste a Como troviamo al primo posto, con 660 richieste, i cuochi ed i camerieri, segno evidente del primato dei servizi turistico-alberghieri. I “manifatturieri” richiesti sono 400 operai metalmeccanici, 90 operai del legno, 70 operai tessili. L’altro dato preoccupante è questo: le imprese hanno dichiarato che il 41% dei posti che ricercano sono “di difficile reperimento”: fanno fatica a trovare i lavoratori di cui hanno bisogno. A Como c’è un problema di “qualità del lavoro” e c’è un problema di difficile incontro tra domanda ed offerta di lavoro. Su questo tema le opinioni contrastano, tra chi scarica la responsabilità sulle imprese (che offrono bassi salari e richiedono persone con esperienza) e chi accusa i giovani (che non accettano più certi tipi di lavoro). Sono entrambe posizioni inconcludenti: il problema esiste e non lo si risolve andando solo alla ricerca del colpevole.

 

Può essere, invece, affrontato, una buona volta, sviluppando un efficiente sistema di politiche attive del lavoro, che non abbiamo mai avuto (e che è invece presente in modo efficace, da decenni, in Germania). Il PNRR, negli interventi previsti, ha destinato importanti risorse al rafforzamento dei Centri per l’Impiego, all’orientamento ed alla formazione (di miglioramento delle competenze e di riqualificazione), al potenziamento dell’apprendistato duale ed allo sviluppo della filiera della formazione tecnica superiore (gli ITS, Istituti Tecnici Superiori).

 

È una occasione unica, da non perdere. E su questi obiettivi ci sono anche le Acli di Como, con i percorsi di formazione ed i servizi di inserimento nel lavoro delle due sedi di Enaip Lombardia, a Como ed a Cantù, che intervengono con proposte di formazione nei settori della Ristorazione, dell’Agro-Alimentare, del Legno, del Turismo-Accoglienza, dell’Informatica, dei Servizi Socio-Assistenziali, della Logistica e delle Mobilità Sostenibile.

Beppe Livio, già presidente Provinciale delle ACLI di Como