Bosnia - 25 anni dopo gli accordi di Dayton
Gennaio 2021
Gli Accordi di Dayton, nel novembre del 1995, misero fine al conflitto in Bosnia Erzegovina dopo quattro anni di orrori, il più noto dei quali è il genocidio di Srebrenica.
Durante quella guerra molti cittadini bosniaci furono costretti a fuggire dalle loro città e abitazioni e a rifugiarsi all’estero in luoghi di fortuna. Molti di loro furono accolti in campi profughi di paesi della ex-Jugoslavia. L’associazione “Un Sorriso per la Bosnia”, che finita la guerra continuò la sua attività come IPSIA (Istituto Pace Sviluppo Innovazione ACLI), si attivò per portare sostegno a queste persone rifugiate. Ipsia Como continuò la collaborazione con alcune realtà della Bosnia, in particolare con Sapna, una cittadina della Bosnia orientale vicino alla città di Tuzla, con cui intraprese una sorta di gemellaggio, organizzando campi estivi per ragazzi durante le estati successive alla guerra, attività che si è prolungata fino a pochi anni fa. Vennero ospitati ragazzi bosniaci o delegazioni di insegnanti e amministratori; si organizzarono periodi di stage e formazione di gruppi di giovani indirizzati alla creazione di attività lavorative in loco.
Ora dopo 25 anni quale è la situazione in Bosnia?
L’esito degli accordi fu la divisione della Bosnia in due entità: la Federazione di Bosnia Erzegovina (FBiH) e la Republika Srpska o Repubblica serba di Bosnia (Rs).
La popolazione rimasta è oggi stimata attorno ai 3,2 milioni di abitanti.
Per rispondere alla domanda riporto alcune frasi tratte da un articolo di Silvio Ziliotto di Ipsia Milano:
“Il problema di fondo che gli Accordi di Dayton non hanno potuto o voluto sciogliere è che nessuna delle parti protagoniste del sanguinoso conflitto del 1992-1995 è stata formalmente riconosciuta quale parte aggredente o aggredita, vincitrice o vinta, perché la complessa trattativa è stata unicamente volta a mettere fine al conflitto straziante ancora in atto.
La Bosnia e i Balcani avrebbero urgente bisogno di riequilibrare i rapporti interni di giustizia, i diritti umani e i diritti civili, ma con certezza.
Spetta alla UE, coi suoi Stati membri, il preciso e improcrastinabile compito di favorire la stabilità nei Balcani tramite politiche mirate alla cooperazione interna del paese.
Gli accordi hanno avuto l’effetto di congelare un intero paese e di alimentare le tensioni in tutti i paesi balcanici con preoccupanti riflessi geopolitici. Lo stato bosniaco è infatti endemicamente afflitto dalle ripetute minacce secessionistiche della componente serbo-bosniaca e dalle plurime derive nazionaliste degli altri due gruppi etnici, in uno stallo politico permanente, fatto di connivenze, discriminazioni, corruzioni.
La presunzione di Dayton è stata voler trattare la pace solo con i rappresentanti dei governi guidati da partiti nazionalisti e secessionisti, senza coinvolgere le opposizioni, generalmente più favorevoli a salvaguardare l’unità della Bosnia Erzegovina, così come a ricostruire un quadro regionale di dialogo e di cooperazione.
Non basta una pace non belligerante per la realizzazione e lo sviluppo di un paese multietnico.”
Per chi volesse approfondire maggiormente la conoscenza della situazione bosniaca degli ultimi 25 anni rimando al libro “DAYTON 1995” di Silvio Ziliotto e Luca Leone
E le persone che abbiamo conosciuto in quegli anni?
L’utilizzo dei “social” ha permesso ad alcuni di ritrovarsi e di tenersi in contatto e ogni tanto di trovarsi fisicamente, ora qui in Italia ora in Bosnia. Delle persone che abbiamo conosciuto molte sono ritornate nei loro paesi e città di origine, ma tanti sono emigrati, chi subito dopo la guerra, chi negli anni a seguire, soprattutto per la mancanza di lavoro e di un futuro nel loro paese. Abbiamo tanti amici emigrati in Francia, Austria, Croazia, Slovenia, ma anche in Canada.
Per chi volesse ritrovare gli amici conosciuti un tempo e rivedere vecchie foto dell’esperienza dei campi profughi in Slovenia, rimando alla pagina Facebook “Un sorriso per la Bosnia” o “Insieme -->Zajedno”.
A noi di Ipsia, che in questi anni abbiamo lavorato in e con la Bosnia, le ultime vicende delle migrazioni in Europa ci hanno riportato a ripercorrere alcune situazioni che speravamo concluse.
Purtroppo da alcuni anni, ma con più evidenza negli ultimi mesi, si è tornato a parlare di Bosnia e di profughi perché ai confini con la Croazia e quindi con l’Europa, migliaia di migranti respinti dall’Italia, dalla Slovenia e dalla Croazia sono senza un alloggio perché non ci sono abbastanza posti nei campi ufficiali. Dal 2015 la rotta balcanica, percorso di migrazione verso l’Europa, è diventata una delle principali vie di accesso al vecchio continente. Nel 2020 in Bosnia-Erzegovina sono transitate 16mila persone: più di diecimila sono rimaste bloccate nel paese sia per l’ulteriore chiusura delle frontiere dovuta alla crisi sanitaria sia per i respingimenti operati dai paesi confinanti, di queste solo 6.300 sono registrate nei campi ufficiali.
Per venire incontro alle difficoltà di queste persone costrette a rimanere in condizioni estreme in queste zone di frontiera, Ipsia insieme a Caritas, ha aperto un social-café, uno spazio di aggregazione ed educazione non formale con uno staff di operatori locali e internazionali che offrono supporto psicologico e propongono attività educative, culturali e di animazione. Per chi volesse dare un contributo per questa attività segnalo https://sostieni.ipsia-acli.it/crowd/balkan-route/, una raccolta fondi destinata al sostegno di queste persone in questi centri di accoglienza.
Roberto Caspani, Presidente Ipsia Como e Consigliere Provinciale ACLI COMO
Recapiti ACLI Como
Via Brambilla 35, 22100 Como
Tel: 031 33 127 11
E-mail: como@acli.it
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